Del Pennino, le Istituzioni come passione - di Antonio Duva

Del Pennino, le Istituzioni come passione  - di Antonio Duva

Del Pennino, le Istituzioni come passione – di Antonio Duva

Il 21 settembre ci ha lasciato, a 86 anni, Antonio del Pennino. Milanese, laureato in Giurisprudenza, nel 1972 era entrato in Parlamento candidato dal Partito Repubblicano Italiano.
Da allora – eletto in nove legislature (sei alla Camera e le altre al Senato) – è stato attivamente partecipe, spesso con ruoli di rilievo, di un lungo tratto della storia dell’Italia contemporanea.
Due sono gli aspetti che spiccano nell’ impegno di del Pennino: uomo di partito con una tenace fedeltà agli ideali dell’Edera e alla linea di riformismo moderno di quella forza politica ma, ancor più, uomo delle istituzioni. Antonio era profondamente convinto che il valore più alto della dialettica democratica stesse nella capacità di tradurre – senza colpevoli lentezze rispetto alla continua evoluzione della società civile -le scelte politiche in buone leggi. Derivava da qui il suo estremo interesse, coltivato con passione tutta la vita, per i meccanismi di funzionamento interno dei partiti e per la legislazione elettorale, strumento decisivo attraverso il quale la formazione delle rappresentanze elettive può essere corretta o distorta, buona o cattiva. Del Pennino, tuttavia, non tardò a cogliere i punti deboli insiti nel sistema politico: limiti e fragilità che divennero sempre più accentuati negli ultimi decenni del secolo scorso, cioè proprio nella stagione della sua più intensa attività politica e parlamentare. Al contrasto di questi vizi, che tendevano a diventare patologici, egli tentò di contribuire con riflessioni, proposte e scelte delle quali offre una sintesi esauriente “Il principe indisciplinato”, un volume apparso nel 2005 e frutto del lavoro compiuto con Luigi Compagna, docente universitario e, come Antonio, presente a lungo in Parlamento. Il saggio si guadagnò l’apprezzamento di politici e studiosi a cominciare da un giurista autorevole come Augusto Barbera che poi divenne Presidente della Corte Costituzionale. Del resto quel libro rifletteva anni di studio ma anche di vita vissuta.
Del Pennino a Montecitorio era arrivato già dotato di una considerevole esperienza. Nel 1970, a 31 anni, fu eletto consigliere comunale di Milano e, poco dopo, anche assessore. In precedenza si era fatto valere nelle organizzazioni rappresentative degli studenti universitari che, a quel tempo, erano una palestra molto istruttiva per quanti erano interessati alla politica.
Fu appunto in quell’ambiente che chi scrive lo conobbe. Fra noi si creò un’amicizia fraterna che non si è mai incrinata anche quando ci trovammo, talvolta, a compiere scelte diverse.
Antonio fu deputato dell’Edera sino al 1994 e, dal 1987 al 1992 ebbe anche la carica di presidente del gruppo Pri a Montecitorio. In precedenza era stato vicesegretario del partito e, nel 1983, divenne uno dei tre reggenti della Segreteria nazionale quando Giovanni Spadolini – col quale era legato da un rapporto strettissimo – assunse la guida del Governo.
Investito, come tanti, dal ciclone di Tangentopoli, del Pennino affrontò una prova durissima con grande dignità e fermezza sempre difendendosi “nel” e non “dal” processo. Gli esiti dei procedimenti giudiziari che lo riguardarono furono tali da consentirgli di tornare a sottoporsi al vaglio dei cittadini. La Lombardia e la sua Milano, della quale nel 1976 era stato per due anni vicesindaco, non lo delusero e nel 2001 tornò all’impegno parlamentare come senatore. Del Pennino mantenne questo mandato -salvo una breve interruzione- sino al 2013, esercitandolo con lo scrupolo consueto.
Ma i nodi che tanti anni prima aveva subito considerato un pericolo- scarsa incisività delle norme sulla vita interna dei partiti e su quelle del loro finanziamento; modalità elettorali che rendono eccessiva la distanza fra eletto ed elettore – restavano largamente irrisolti (come del resto lo sono anche oggi).
Forse è anche per questo che Antonio dedicò le sue residue energie a una tematica diversa e di più alto spessore. “Di che vita morire?” è il suo ultimo saggio, apparso, nel 2010.
Da non credente, volle affrontare – con una scelta intelligente ed elegante - un argomento complesso e controverso attraverso il confronto con un medico, Daniele Merlo, di orientamento cattolico. Antonio, infatti, non voleva fare della propaganda ma proporre una riflessione.
“Il testamento biologico è uno strumento utile – disse presentando il volume - in quanto rappresenta l'esaltazione dell'autonomia e delle libere scelte dell'individuo rispetto ad ogni potere esterno. Se si vogliono evitare derive eugenetiche, bisogna ridurre i margini discrezionali non solo dei poteri pubblici, ma anche del medico e della famiglia”.
Con il suo linguaggio pacato, Antonio espose in poche parole - concretezza, equilibrio e ripudio dell’arbitrio – un approccio che può applicarsi a molti problemi. Una eredità ideale preziosa per il difficile futuro che ci attende.

Antonio Duva

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