Condividiamo alcuni contenuti dell’iniziativa che abbiamo organizzato a Reggio Calabria, lo scorso 14 febbraio, per studiare gli effetti della sentenza della Corte Costituzionale sulla legge per l’autonomia regionale differenziata. L'obiettivo della nostra Associazione è quello di promuovere i valori della Costituzione e ribadire la centralità del Parlamento. Lo facciamo animando il dibattito politico a livello istituzionale e nei territori, consapevoli che i rivolgimenti geopolitici globali in corso stanno mettendo a dura prova la tenuta dei sistemi democratici.
C’è bisogno di riforme certo, ma prima di tutto di un dialogo fra partiti, corpi intermedi e istituzioni, in grado di creare le condizioni per un proficuo ed equilibrato lavoro in Parlamento. Avviamo così la pubblicazione degli interventi della giornata di studio, con quello del costituzionalista ed ex parlamentare Prof. Stefano Ceccanti,. Ha incentrato la sua relazione proprio sul metodo e sul merito delle Riforme Costituzionali, individuando quattro opzioni per riflettere. Buona lettura.
On. Dalila Nesci

“Vorrei oggi esporre alcuni argomenti su questa materia in forma di opzioni sulle riforme costituzionali.
La prima è la seguente e attiene al metodo, la chiamerei l’opzione preferenziale per le riforme consensuali.
Ho sempre ritenuto che le due ipotesi previste dall’articolo 138 Cost., entrambe legittime e puntualmente normate, non debbano essere lette come equivalenti. Credo che il testo suggerisca quale opzione preferenziale, come del resto si è fatto effettivamente nei primi decenni di vita della Costituzione, quella della approvazione a due terzi; mentre l’altra, quella della maggioranza assoluta che apre alla possibilità del referendum, dovrebbe essere intesa come subordinata, come male minore in presenza di veti irriducibili a riforme necessarie.
Varie le ragioni che contribuiscono a questa lettura, a partire da un’esigenza generale di non equiparare la materia delle regole, che dovrebbe essere consensuale, perché dentro regole non contestate dovrebbero poter competere tutti, a quelle ordinarie dove la regola è invece l’alternatività delle proposte. Ciò per evitare che il conflitto sui contenuti, che può legittimamente pure essere duro, coinvolga anche le regole, qualcosa deve esservi di invariante e condiviso. Collegata a questa argomentazione vi è quella sui rischi della possibile reversibilità delle scelte operate, rendendo così la Costituzione come variabile dipendente dalle alternanze politiche e quindi come sostanzialmente flessibile.
La seconda, si lega allo snodo tra metodo e merito e la chiamerei l’opzione dei nani sulle spalle dei giganti, per il non azzeramento del passato.
Del tutto legittimamente le forze politiche fanno riferimento nei propri programmi ad alcune idee guida anche di riforma della Costituzione che espongono agli elettori. Ma se si segue la tesi prima enunciata che era del resto la tesi dell’Ulivo del 1996 (“Un patto da riscrivere insieme”), logica vorrebbe che si assumessero come punto di riferimento non solo le idee-guida del programma, ma anche le elaborazioni precedenti che magari avevano avuto consensi bipartisan, quanto meno sulle finalità. Siamo sempre come nani sulle spalle di giganti, come recita un’antica immagine filosofica. Sarebbe stata diversa questa legislatura se invece di partire da un modello del tutto nuovo di premierato elaborato solo nella maggioranza si fosse partiti dalla bozza di Cesare Salvi alla Bicamerale D’Alema? E, allo stesso modo, se invece di ripartire dalla attuazione dell’autonomia differenziata a Costituzione invariata, impresa difficilissima tentata varie volte senza successo, forse non casualmente, da Governi diversi, si fosse ripartiti a partire da una valutazione dei modelli di Senato delle autonomie, non distantissimi, delle riforme Berlusconi del 2006 e Renzi del 2016 per chiudere un sistema di regionalismo cooperativo altrimenti incoerente? Va bene riformare, ma siamo sicuri di poter prescindere del tutto da elaborazioni del passato, in una sorta di anno zero? Il Senato delle Regioni era del resto promesso da una norma transitoria della riforma del Titolo Quinto, che si avvertiva per questo come incompiuta.
La terza è destinata a chi si trova pro tempore in maggioranza e che promuove le riforme: la chiamerei l’opzione per la flessibilità sui mezzi. Quando ci si trova di fronte a critiche che non mettono in discussione i fini perseguiti ma esclusivamente i mezzi accettare di modificarli anche se questo rimette in discussione accordi interni alla maggioranza e se sembra intaccare una possibile coerenza iniziale. Ad esempio: era proprio necessario farsi bocciare dalla Corte una delega troppo generica sui Lep o una procedura troppo spostata sulle intese tra esecutivi anziché accogliere emendamenti delle opposizioni sull’autonomia differenziata? Ha senso difendere il testo sul premierato nella parte in cui rende decisivo il voto estero che ha standard democratici quasi inesistenti e il mantenimento del doppio rapporto fiduciario? Ha senso mettere insieme la separazione delle carriere che si vorrebbe responsabilizzante con lo strumento del sorteggio che è deresponsabilizzante?
La quarta è destinata a chi si trova pro tempore all’opposizione e la chiamerei l’opzione per il bene possibile.
Ha senso, qualora si sia all’opposizione, puntare dritti sul referendum confermativo eludendo qualsiasi tentativo serio di emendare i testi, parlando costantemente di violazione dei principi supremi, di fuoriuscita dallo Stato democratico-pluralista, concependo qualsiasi accordo parziale, anche solo di riduzione del danno, come una sorta di peccato da non commettere? Posto che più che parlare in negativo di riduzione del danno sarebbe meglio nobilitare questo ruolo tipicamente parlamentare con l’espressione opzione per il bene possibile? Ha senso descrivere così una qualsiasi legge sull’autonomia differenziata come se il principio non fosse in Costituzione e tentativi simili non fossero già stati perseguiti anche dalla propria parte? Ha senso non presentare un controprogetto sul premierato quando ve ne sono vari proposti dalla propria parte a cominciare dal testo Salvi facendo praticamente opposizione anche a se stessi? E dopo che la Corte ha dato indicazioni precise per riscrivere la legge sull’autonomia, peraltro in sintonia con varie proposte delle opposizioni, non varrebbe la pena di proporre per primi un dialogo sulla riscrittura? Il fatto che l’opposizione sia alternativa non significa che essa non debba trovare momenti di collaborazione specie sulle regole, altrimenti ciò rappresenta un alibi per maggioranze che vogliano fare da sole”.
Prof. Stefano Ceccanti
Professore ordinario di Diritto Pubblico Comparato
Università di Roma “La Sapienza”