La storia del lavoro in miniera nelle montagne del Feltrino, Agordino, Cadore, Comelico nelle Dolomiti in provincia di Belluno comincia molti secoli fa fino dalla presenza dei Romani.
Ma nel periodo tra il 1880 e 1915 dall' Agordino emigrano per gli Stati Uniti nelle locali miniere circa 2.300 minatori.
Ma ancora prima nella metà dell' 800 dalla Provincia di Belluno si emigrava massicciamente per le miniere della Prussia, dei Pirenei, in Romania, nel Caucaso, in Anatolia e più tardi anche in Australia con trgedie che causarono molte migliaia di morti.
Con la seconda guerra mondiale questo flusso di minatori, soprattutto agordini, verso gli stati Uniti si concluse. Nel dopoguerra, infatti, gli espatri si indirizzarono prevalentemente verso il Belgio.
Una parola -calco dal francese, la lingua delle miniere del Belgio- che ne comprende tante altre. Ha dentro di sé l'eco soffocante della polvere, quella sporca delle gallerie, magari carica di frammenti di quarzo che trasformano i polmoni in sassi.
Ha dentro anche tante storie legate alla silicosi, la malattia che in terra bellunese, per l'appunto, è nota come pussiera.
Per non dimenticare una pagina dura della storia bellunese che si va ad affiancare a lutti e drammi (uno per tutti ha il nome di Marcinelle) l'Associazione bellunesi nel mondo ha pensato ad una pubblicazione -"Silicosi, un olocausto della montagna veneta" scritta dal dottor Egidio Pasuch per non dimenticare quei lavoratori che si sacrificavano, spesso coscientemente, per dare un futuro ai loro figli, alle loro famiglie.
L'occasione è stata data anche dall' anniversario dei cinquant' anni trascorsi dalla legge 780 che portò a un fondamentale cambio di passo, risolvendo alcune problematiche relative alla scia di fatiche e dolori di chi si era ammalato di silicosi e asbestosi.
Il 27 dicembre 1975, infatti, su iniziativa congiunta democristiana e comunista -primi firmatari il toscano Enea Piccinelli e il bellunese Giovanni Bortot-, fu approvata la legge che rivalutava gli assegni contributivi mensili agli invalidi, tra cui molti bellunesi affetti da silicosi polmonare associata anche a forme di malattie dell'apparato cardio-circolatorio.
La sensibilità di Bortot (nato nel 1928), che fu sindaco di Ponte nelle Alpi, è anche collegabile alla sua esperienza personale: seppur per breve periodo lavorò nelle gallerie che si costruivano in provincia, in particolare a Soverzene.
Ma a portare in Parlamento la questione, in più occasioni, fu anche il senatore socialdemocratico Attilio Tissi che, da ingegnere, si battè per l'adozione, nei lavori in galleria, del martello pneumatico ad iniezione d'acqua. Puntando, quindi, sulla prevenzione.
La battaglia, in verità, venne combattuta su più fronti. Tant'è che tra i protagonisti che puntarono a porre fine al dramma burocratico-previdenziale furono molti medici, tra cui Valentino Dal Fabbro ,che fu consigliere comunale socialista della città del Piave, che lavorò all'ospedale di Belluno dal 1934, attivo, in particolare nel "sanatorio", il reparto che ospitava tubercolotici e silicotubercolotici e che divenne primario, dal 1950, nel reparto che si chiamò Broncopneumologia.
E fece la sua parte pure l'Associazione bellunesi nel mondo, già in prima fila a favore dei diritti dei silicotici quasi sessanta anni fa, alla sua nascita, quando si chiamava Associazione emigranti bellunesi. «Moltissimi erano, in quegli anni, gli emigranti che rientravano dalle miniere del Belgio o dalle gallerie di tutto il mondo, ammalati di silicosi. In queste zone la silicosi, solo dal dopoguerra e fino quasi alla fine del secolo scorso, ha mietuto migliaia di vittime. Ma sono poca cosa rispetto al vero dramma della silicosi rappresentato dalla morte, tra atroci sofferenze, di tanti lavoratori, a distanza di qualche anno, spesso intorno ai cinquanta».
Vale sottolineare che contrariamente a quanto si potrebbe pensare, le miniere più pericolose non sono quelle di carbone. Molto più esposti al rischio erano i minatori che lavoravano nelle gallerie e respiravano polvere di roccia e i veleni dell'esplosivo che usavano. Ad esempio le gallerie realizzate per gli impianti idroelettrici, dato che vi doveva scorrere l'acqua, erano scavate opportunamente in rocce che erano ricchissime di biossido di silicio ed erano pertanto molto dure. Ma il biossido di silicio che si respirava in quelle gallerie era micidiale.
C’è una tragedia italiana che non ha una data: Non c’è una sirena, non c’è una fotografia simbolo, non c’è una cerimonia nazionale. Non compare nei manuali scolastici e raramente entra nel discorso pubblico. Eppure, secondo le ricostruzioni più accreditate, ha causato oltre 10.000 morti nella sola provincia di Belluno. Non durante una guerra, ma dopo la guerra.
Per capire questa storia bisogna tornare alle montagne venete del secondo dopoguerra. La provincia di Belluno uscì dal 1945 poverissima: poco lavoro, agricoltura di sussistenza, interi paesi senza prospettive. Per migliaia di uomini la scelta non era tra partire o restare. Era tra partire o sopravvivere.
E così iniziò l’esodo.
Belgio, Svizzera, Germania Ovest: erano i grandi poli industriali dell’Europa che ricostruiva se stessa. Servivano braccia per scavare miniere di carbone, perforare gallerie, spaccare roccia. I bellunesi partirono a decine di migliaia, spesso giovanissimi, firmando contratti massacranti per lavori che gli operai locali rifiutavano.
Nel sottosuolo europeo respiravano silice ogni giorno.
La polvere si infilava nei polmoni lentamente, invisibile. Non uccideva subito. Ed è proprio questo il punto centrale della tragedia: la silicosi non esplode, sedimenta. Passano dieci, quindici, vent’anni. Gli uomini tornano a casa, si sposano, crescono figli, cercano di costruirsi una normalità. Poi iniziano a tossire. A perdere fiato. A non riuscire più a salire una scala. Ed infine soffocano.
La silicosi trasforma il tessuto polmonare in una massa rigida, incapace di ossigenare il corpo. Ma per decenni questa morte è rimasta quasi invisibile anche nei registri ufficiali. Sui certificati non compariva quasi mai la parola “silicosi”. Comparivano formule generiche: insufficienza cardiorespiratoria, bronchite cronica, tubercolosi.
In Belgio la silicosi venne riconosciuta formalmente come malattia professionale soltanto nel 1964, quando migliaia di emigrati italiani erano già stati esposti per anni nelle miniere. Chi era morto prima restò fuori dalle statistiche, fuori dai risarcimenti, fuori perfino dalla memoria pubblica.
La conseguenza fu enorme: una strage senza contabilizzazione ufficiale.
Il dottor Egidio Pasuch, che ho citato in precedenza, ha pubblicato il libro Silicosi. L’olocausto dimenticato della montagna veneta, frutto di un lungo lavoro costruito insieme all’Associazione Bellunesi nel Mondo.
Attraverso archivi, testimonianze familiari, dati sanitari e ricostruzioni migratorie, emerge una stima impressionante: oltre 10.000 bellunesi morti direttamente o indirettamente per silicosi e patologie correlate.
Una cifra che cambia la percezione della storia del dopoguerra italiano.
Perché 10.000 morti equivalgono a una vera catastrofe collettiva.
Viene usata un’immagine brutale ma efficace: è come se il Vajont, la frana che che precipitò nell'invaso dell'omonima diga che tutti sapevano sarebbe caduta e causò 2.000 vittime innocenti per la cupidigia di pochi, ripeto questa catastrofe si fosse ripetuta più volte volte, nel silenzio, senza telecamere e senza funerali nazionali.
E qui emerge il nodo più profondo della questione: la memoria.
Il disastro del Vajont ha un luogo simbolico, il comune di Longarone, un racconto condiviso, una memoria pubblica consolidata. La tragedia della silicosi bellunese no. Non esiste una giornata nazionale. Non esiste un grande memoriale. Non esiste un riconoscimento collettivo paragonabile alla dimensione del fenomeno.
Esistono soprattutto le famiglie.
Famiglie che ricordano padri morti troppo presto. Uomini che dormivano seduti perché sdraiarsi significava soffocare. Vedove rimaste sole a quarant’anni. Figli cresciuti con l’idea che quella morte fosse quasi inevitabile, il prezzo da pagare per aver lavorato. E forse è proprio questo l’aspetto più inquietante: la normalizzazione.
Per decenni il modello migratorio del dopoguerra conveniva a tutti. Conveniva all’Italia, che alleggeriva la pressione sociale nelle aree povere. Conveniva ai Paesi industriali europei, che ottenevano forza lavoro sacrificabile. Conveniva economicamente perfino alle comunità locali, sostenute dalle rimesse degli emigranti.
Mettere davvero a fuoco il costo umano di quel sistema avrebbe significato interrogarsi sulla natura stessa della ricostruzione europea. Per questo motivo la silicosi bellunese è rimasta ai margini della memoria nazionale: non perché qualcuno l’abbia negata apertamente, ma perché è stata lentamente dissolta tra statistiche incomplete, diagnosi generiche e assuefazione collettiva.
Ricordo che io giovanissimo dirigente nel 1968 in occasione del rinnovo del Consiglio Comunale di Belluno stesi il programma del mio Partito e tra le proposte prioritarie c'era la costruzione della “Casa del silicotico” per assitere i nostri lavoratori bisognosi di cure e di umana solidarietà. Nonostante fosse sostenuta dai medici e da gran parte della politica nel 1973 la risposta del Governo fu del tutto negativa.
Una tragedia senza immagine simbolo è più facile da dimenticare. Eppure la sua eredità è ancora presente nelle vallate bellunesi. Nei racconti familiari. Nei registri parrocchiali. Nei cimiteri pieni di uomini morti troppo presto. In una generazione intera consumata lontano da casa per alimentare la crescita industriale dell’Europa del dopoguerra.
Diecimila morti senza monumento. Forse la domanda oggi non è soltanto quante vittime abbia causato la silicosi.
La domanda è perché l’Italia abbia accettato così a lungo che una strage di queste dimensioni potesse restare senza nome.
On Giovanni Crema