Ricordare Peppino Gargani non è semplice. Non lo è perché le parole rischiano di restare troppo piccole davanti a una perdita che sento nel profondo, come si sente il vuoto lasciato da chi ha camminato al tuo fianco nei momenti che contano davvero.
Peppino non è stato solo il mio successore alla guida dell’Associazione degli ex parlamentari. È stato un amico. Un’amicizia nata nel 2016, quando l’Assemblea generale lo chiamò per la prima volta a far parte del Consiglio direttivo, e cresciuta anno dopo anno, nutrita da una stima reciproca che andava ben oltre i confini della politica.
Erano anni difficili. Nelle aule del Senato e della Camera si consumava un attacco pesante, ostinato, alle garanzie e alle prerogative dei parlamentari — alla loro autonomia, alla loro libertà, alla loro dignità. Peppino e io venivamo da mondi diversi, da culture politiche che avevano percorso strade lontane. Eppure, quasi per una di quelle alchimie rare che solo certi momenti storici sanno produrre, ci ritrovammo fianco a fianco, uniti da una convinzione comune: che il Parlamento, cuore pulsante della nostra democrazia, andasse difeso senza esitazioni e senza compromessi.
Fu in quella battaglia che imparai a conoscerlo davvero. La sua competenza giuridica — affilata da decenni di militanza nel solco del cattolicesimo democratico — non era mai fredda dottrina. Era passione. Era quella rara capacità di tradurre i principi costituzionali in azione concreta, di tenere la barra dritta quando tutto spingeva verso la deriva. Lo faceva con tenacia, ma senza arroganza. Con la forza tranquilla di chi sa perché combatte.
Da Presidente non cercò mai il trionfo personale. Cercava la sintesi — quella che lui amava chiamare il punto di sintesi unitaria — capace di tenere insieme la pluralità di voci e di storie che compongono il mosaico del Parlamento italiano. Un lavoro oscuro, paziente, che richiede più coraggio dell’eloquenza e più umiltà della retorica. Peppino lo fece fino all’ultimo giorno, senza risparmiarsi nulla, anche quando — un anno fa — la scomparsa della sua amatissima Paola aveva reso il suo ultimo cammino più pesante.
Mancheranno le sue telefonate. Mancheranno le lunghe conversazioni sugli anni Settanta, quel reciproco stupore di aver vissuto gli stessi eventi da sponde opposte, e di ritrovarsi così vicini nel giudicarli. Mancherà la sua voce ferma nei momenti in cui la fermezza era necessaria, e la sua disponibilità nei momenti in cui serviva ascoltare.
La sua morte improvvisa ha aperto una ferita che non si rimarginerà in fretta. L’Associazione raccoglie ora il testimone di un lavoro incompiuto: il libro bianco sui vitalizi da consegnare al Parlamento, lo Statuto del Parlamentare per restituire dignità alla funzione di deputato e senatore, lo Statuto dell’Associazione stessa. Saranno le nostre battaglie. Saranno, nel modo più concreto possibile, il modo di onorare la sua memoria.
Ciao, Peppino.