Presentazione del libro di Antonio Cantaro: “Amato Popolo – Il sacro che manca, da Pasolini alla crisi delle democrazie” - di Mario Barbi

Presentazione del libro di Antonio Cantaro:  “Amato Popolo – Il sacro che manca, da Pasolini alla crisi delle democrazie” - di Mario Barbi

Presentazione del libro di Antonio Cantaro: “Amato Popolo – Il sacro che manca, da Pasolini alla crisi delle democrazie” – di Mario Barbi

Titolo: “Amato Popolo”. Sottotitolo: “Il sacro che manca, da Pasolini alla crisi delle democrazie”. Popolo con la “P” maiuscola. Se non fosse che l’autore, Antonio Cantaro, ama parlare sottovoce e lentamente, quasi a volere costruire un’intimità che sdrammatizzi la “grandezza” dei temi trattati, si direbbe un grido, un’invocazione magica, ieratica, una professione di fede proclamata ad altissima voce, come se si potessero così radunare fedeli dispersi e smarriti. Una fede custodita e preservata, nonostante il ripudio del mondo, nel “popolo”, come soggetto politico primario di ogni democrazia costituzionale, e nelle “persone” che lo costituiscono come esseri umani (cittadini e non cittadini) che non possono esistere se non in relazione tra loro e la cui esistenza non può essere ridotta all’immanenza dello scambio e del mercato, ma è piuttosto fatta di legami e di aspirazioni che trascendono l’immediatezza e che sono il vero motore della vita civile e della umana convivenza. E’ implicita la scelta per la sinistra e per la sua storica missione emancipatrice così come la polemica con il neoliberalismo che ha fatto un deserto della competizione virtuosa che un tempo vi fu tra le ideologie del Novecento e che ha finito per contagiare la sinistra stessa, o forse – meglio – il progressismo, allontanandoli dal popolo e sfigurandone la stessa fisiognomia. Come fare perché la sinistra ritrovi la propria missione? Come leggere la crisi del neoliberalismo, scosso, se non travolto, da fenomeni di rigetto che le élites predatrici cercano di esorcizzare con definizioni denigratorie quali “populismo” e “sovranismo”? Come collocare la riconquista della Casa Bianca da parte di Trump, nel quadro del collasso dell’Ordine liberale internazionale e della sua sostituzione con un multipolarismo contraddistinto dall’emergere di nuove potenze e dall’esercizio di nuove politiche di potenza? Che cosa opporre, che risposte dare a queste crisi? Ecco alcune delle domande che innervano le pagine del volume di Cantaro (in libreria dal 3 novembre). Le risposte, esplicite o implicite, possono convincere in tutto o in parte, ma certo non sorgono dalla, né rinviano all’attuale ortodossia etico-giuridicistica dei vari campi e delle varie tribù progressiste. Vale la pena leggere questi testi in cui il diritto si intreccia alla politica e alla letteratura: una raccolta di saggi che porta il lettore a scoprire il rigore accademico del Professore, la sua passione politica per il Popolo e la sua intensa frequentazione della Poesia, come fonte cognitiva e bussola di verità (non meno della Costituzione, ci sia consentito l’accostamento, alla quale l’Ordinario emerito di diritto pubblico ha rivolto per una vita le domande più pregnanti del tempo presente e nella quale ha cercato per una vita le più appropriate risposte). Non c’è dunque nulla di “occasionale” in questi testi che l’autore, con una punta di civetteria, qualifica come “discorsi o scritti di occasione”, come fossero un genere minore. E’ vero, sono testi scritti per vari incontri e convegni - il primo, se non sbagliamo, è del 2016, anno di Brexit e Trump I -, ma hanno ben poco di cerimoniale o di celebrativo. Piuttosto sono legati da un filo, un filo che è biografico e intellettuale e che l’autore esplicita nell’introduzione (“Retrobottega”) e nelle brevi presentazioni che attualizzano ogni testo. Il volume raccoglie diciassette interventi raggruppati in quattro capitoli: i) Il popolo dimenticato; ii) Il sacro che manca; iii) Il populismo preso sul serio; e, infine, iv) The Donald, il fascista “democratico”. Chiude il tutto un breve Post Scriptum sulla vertigine apocalittica di Gaza e l’”odio per il popolo” che ne è il contrassegno. Ogni testo può essere letto per sé stesso, con un inizio e una fine. E ogni testo ha una specifica logica argomentativa, degli autori di riferimento (che siano Hobbes, Max Weber, Leopardi o Pasolini oppure le citazioni vili dell’”Inno romanista” o del cantante country Oliver Anthony) e delle conclusioni aperte che sollecitano ulteriori riflessioni. Sarebbe pertanto vano cercare di riassumerli. Semmai, può essere utile riportare per intero la presentazione dell’ultimo saggio del quarto capitolo, che dice quasi tutto delle intenzioni dell’autore e del senso del suo lavoro: “Sono consapevole dello scandalo che molte delle affermazioni contenute nelle precedenti pagine avranno suscitato anche tra i miei più benevoli lettori. E siccome lo scandalo per scan­dalizzare autenticamente non va urbanizzato ma radicalizzato teoricamente e politicamente, è quello che farò. Lo farò, an­cora una volta, con le parole di Christopher Lasch: «lo sra­dicamento sradica tutto, salvo il bisogno di radici». Questo incomprimibile bisogno di radici, immanenti e trascendenti, è l’amore per il popolo. L’amore per il sublime che c’è negli umili, per l’“infinito” e per il “divino” che c’è nei residui, negli scarti, prodotti dall’odierno (pasoliniano e bergogliano) “infer­no capitalistico”.”  Se, o, e in che misura, l’autore sia riuscito nel suo intento lo giudicherà il lettore.      

 

Mario Barbi

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