Legge elettorale e Costituzione
L’Assemblea Costituente decise di non inserire nella Costituzione la legge elettorale con cui viene eletto il Parlamento.
Ma tutto lascia pensare che l’impianto fondamentale per l’elezione del Parlamento fosse , per i costituenti, proporzionale. Infatti la legge elettorale che fu votata per eleggere Camera e Senato nel 1948 aveva un impianto proporzionale con la piena corrispondenza tra il voto dei cittadini e i seggi parlamentari.
Non a caso per più di mezzo secolo il Parlamento è stato eletto con una legge proporzionale, con preferenze per i candidati alla Camera e collegi uninominali al Senato.
La Costituzione ha previsto che essa può essere modificata a maggioranza assoluta dalla Camera e dal Senato, con la possibilità di richiedere un referendum popolare. Ma se la maggioranza con cui si modifica la Costituzione arriva a due terzi può essere anche evitato il referendum dei cittadini.
Naturalmente la maggioranza assoluta ( e dei due terzi ) dei voti parlamentari, con una legge proporzionale corrispondeva alla volontà della maggioranza dei cittadini.
Ma se la legge elettorale ha un impianto maggioritario, si può verificare che la Costituzione possa essere modificata senza che ci sia corrispondenza tra la maggioranza assoluta dei voti parlamentari e dei cittadini che li hanno eletti ( idem per la soglia dei due terzi ).
Con la legge elettorale maggioritaria Mattarella con cui si è votato il Parlamento nel 1994,1996 e 2002 e soprattutto con la legge elettorale Calderoli ( il Porcellum), con cui si è votato il Parlamento nel 2008 e nel 2013 ( giudicata poi incostituzionale dall’Alta Corte), si è modificata la Costituzione con maggioranze di voti che non corrispondevano alla maggioranza dei voti dei cittadini. Così come ora il Parlamento eletto nel 2022 con la legge elettorale Rosato sta modificando la Costituzione con la maggioranza assoluta dei seggi che però non corrisponde alla maggioranza assoluta degli elettori. Il premio di maggioranza rende superabili le soglie stabilite dalla Costituzione per la sua revisione e per la elezione del Presidente della Repubblica e dei 5 Giudici della Corte Costituzionale.
Nella proposta in discussione di una nuova legge elettorale la maggioranza di governo vorrebbe dare il 55% dei seggi a chi prende almeno il 40% dei voti, e il 60% dei seggi a chi supera il 45% dei voti, sul modello delle leggi elettorali che regolano le elezioni dei Consigli Regionali. In questo modo la Costituzione può essere cambiata senza avere il consenso della maggioranza assoluta degli elettori.
Da questo “abuso” sostanziale nasce la mia valutazione negativa di ogni impianto maggioritario di legge elettorale per l’elezione di Camera e Senato. Tale giudizio si rafforza se consideriamo il modo con cui la Costituzione ha deciso
la elezione del Presidente della Repubblica e dei 5 giudici della Corte Costituzionale. La Costituzione ha stabilito che nelle prime votazioni del Presidente della Repubblica occorrono i due terzi dei voti, poi è sufficiente la maggioranza assoluta. La previsione della maggioranza assoluta vuole assicurare la massima rappresentatività dei
massimi Organi di Garanzia della Repubblica. Ma se a quella maggioranza assoluta dei voti dei parlamentari e della delegazione dei consiglieri regionali ( 3 per ogni Regione), in Seduta Comune, che eleggono il Presidente della Repubblica, non corrisponde una maggioranza assoluta dei voti dei cittadini, noi dobbiamo interrogarci su un sostanziale “aggiramento” della Costituzione.
E lo stesso vale anche per i 5 giudici della Corte Costituzionale eletti nelle prime sedute del Parlamento dai due terzi dei voti parlamentari, poi ridotti a tre quinti.
Analogamente per l’elezione della quota dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura riservata al Parlamento, per i quali occorrono i tre quinti dei voti di Camera e Senato riuniti in seduta comune.
Ritengo che la Costituzione vada rispettata nel principio basilare di dare la massima rappresentatività democratica alle proposte di sua revisione e alla elezione dei massimi Organi di Garanzia della Repubblica .
Per questo penso che la legge elettorale per l’elezione di Camera e Senato, in linea con lo spirito della Costituzione, debba avere un impianto proporzionale, con un eventuale basso sbarramento per affermare la rappresentatività democratica del Parlamento . Si obietta che la stabilità deve essere garantita. Ma la stabilitá non è un principio costituzionale e soprattutto non si possono cambiare le leggi elettorali prima di ogni elezione politica sulla base dei sondaggi elettorali, come purtroppo è avvenuto dopo il 1994 (ben 5 leggi elettorali in soli 30 anni ). Le regole devono avere certezza temporale e dovrebbero essere cambiate solo a grande maggioranza.
La legge proporzionale vigente dal dopoguerra sino al 1994 ha comunque garantito una grande stabilità politica, con la DC e i suoi alleati minori ( PRI, PSDI e dagli anni 60 anche il PSI) che hanno governato ininterrottamente per oltre mezzo secolo. Certamente cambiavano i presidenti del consiglio dei ministri, ma erano sempre democristiani ( tranne che con Spadolini, Craxi e Amato) e non sono mai cambiate le alleanze internazionali.
La Costituzione fonda il
sistema democratico sulla rappresentatività del
voto popolare e lo mette a garanzia della sua revisione e della elezione degli organi costituzionali con maggioranze assolute e qualificate.
Purtroppo dal 1994 in poi si sono adottate leggi elettorali che nei fatti hanno alterato questi delicati equilibri costituzionali.
A questa analisi va poi aggiunta la incostituzionale decisione dei listini bloccati con cui i parlamentari vengono nominati dai segretari nazionali dei partiti e non sono più eletti dai cittadini. Nominare i parlamentari secondo l’ordine dei candidati nei listini dei partiti é una aberrazione della democrazia, un atto inaudito di arroganza politica.
Il potere dei cittadini di eleggere il Parlamento nei fatti è stato aggirato e questo ha contribuito a provocare disaffezione dei cittadini dalla politica e dal voto con un aumento gravissimo dell’astensionismo elettorale.
Le responsabilità non sono univoche: centrodestra, centrosinistra e cinque stelle hanno in forme diverse favorito questa degenerazione della democrazia italiana di cui l’astensionismo è l’iceberg più evidente. Non a caso nessun partito chiede un ritorno alle preferenze per eleggere i parlamentari. Inoltre c’è chi chiede addirittura di annullare anche la piccola quota di collegi uninominali oggi esistente per eleggere una parte dei parlamentari.
Questo comportamento oligarchico dei capi partito crea disincanto e astensionismo elettorale.
La crisi democratica dei partiti è grave e alimenta il crollo della partecipazione dei cittadini alla vita politica che non può essere sollecitata solo durante il mese delle campagne elettorali.
Attenzione dunque a non segare il ramo su cui poggia la democrazia con leggi elettorali sostanzialmente antidemocratiche.
Occorre ridare ai cittadini il potere di eleggere i parlamentari. E questo lo si fa o con le preferenze o con i collegi uninominali.
Non si può continuare a destra e a sinistra ad esagerare con premi di maggioranza che trasformano in senso autoritario la dialettica parlamentare e politica, con maggioranze che non corrispondono alla maggioranza dei voti dei cittadini.
Gianni Melilla
ex parlamentare