Induce ad amare riflessioni assistere allo scempio provocato dall’imperversare di pioggia, grandine, mareggiate, frane e vento sul territorio meridionale nei giorni scorsi. Lo Jonio che erode e distrugge lungomari e fabbricati, case sfollate e auto scaraventate a distanza, edifici costruiti sulla battigia e su dorsali penduli.
È inverno, si dirà, è naturale che piova, menomale che nevica: fa bene al turismo, ricarica le falde acquifere, riempie i laghi. E poi con i cambiamenti climatici i fenomeni atmosferici sono esasperati quanto a intensità e frequenza: l’uomo cosa può fare?, è sempre più in balìa degli aventi.
Non che faccia male ne’ sorprende che a descrivere e commentare in tal modo l’ennesima tempesta perfetta che colpisce il nostro territorio siano gli impagabili esponenti della Protezione Civile, regionale e locali, che si prodigano in tutti i modi nel prestare soccorso e illustrare le varie mappe della meteora. Quello che colpisce è il silenzio, l’assenza dei responsabili politici e amministrativi dei lavori pubblici e dell’ambiente, settori che presiedono la difesa del suolo; non meraviglia il silenzio di geologi e ingegneri, un tempo impegnati, e purtroppo in concorrenza fra loro, nell‘occuparsi della protezione idrogeologica del territorio ma da qualche tempo assorbiti nel cono nero del silenzio. Infatti la questione viene subito rubricata sotto la voce: richiesta di fondi-ricostruzione-continuare come prima, senza che si sollevi una voce d’altro tipo.
Qui vorremmo appunto sviluppare un ragionamento di tutt’altro genere: quando è che previsione e prevenzione non appartengono al lessico delle azioni sul suolo? I piani di bacino sono presto dimenticati, a chi fanno capo le responsabilità di programmare gli interventi insediativi e infrastrutturali minimizzando il rischio e manutenendo l’esistente?
È l’Unione Europea che con un succedersi di Direttive - da recepire in sede nazionale - detta le regole che fino a qualche anno fa erano di competenza a norma della legge n.183 del 1989 e nel nostro Paese la stagione del dialogo, della collaborazione fra istituzioni e comunità tecnico-scientifica forniva risultati assai virtuosi. E fra le diverse direttive ce n’è una che proprio oggi acquisterebbe rilievo particolare se fosse stata recepita, e poi, s’intende, applicata: detta norme e comportamenti per fronteggiare i cambiamenti climatici e non c’è ovviamente da attendersi che rappresenti la soluzione ma assicura un’attenzione particolare, una filiera coordinata di interventi che di molto farebbero diminuire i rischi del sistema acqua-suolo. Se si aggiunge un territorio collinare e montano disabitato con le aree interne prive d’ogni tipo di presidio umano e strumentale ci si rende conto di quanto lavoro ci sia da fare. Che dire poi dell’ISPRA, istituto di consulenza e sostegno del ministero dell’Ambiente, che certifica un consumo di suolo crescente anno dopo anno e aree vallive con forti concentrazioni abitative e aree interne in via di desertificazione.
Un‘azione esplicitamente rivolta alle assemblee elettive nazionali e regionali volta ad invertire il percorso da post evento a quello pre evento è quanto mai auspicabile, sulla scorta peraltro di elaborazioni, norme e conoscenze abbondantemente disponibili.
Incalzare Il legislatore, indicare ai cittadini la strada dell’intervento e non della rassegnazione, coinvolgere i tecnici e i saperi perché avanzino proposte.
Nessuno è esente da responsabilità e non è consigliabile rimanere con le mani in mano in attesa della prossima ondata.
Massimo Veltri